Rabbia e comunicazione empatica

Capita molto spesso che le emozioni non ci siano molto chiare. Poiché non le comprendiamo, ci affidiamo alla mente, che però può confonderci: le emozioni invece non mentono e sono importanti quanto respirare. Le emozioni ci aiutano a sopravvivere.

Noi crediamo che le emozioni che proviamo siano una conseguenza di un evento che proviene dall’esterno. In questo modo diamo la responsabilità emotiva all’evento o alla persona che, secondo noi, è causa di quella emozione. Tacitamente in quel momento stiamo affermando che le nostre emozioni, che invece nascono dentro di noi, siano la conseguenza di qualcosa di esterno. Questo è quello che accade nella nostra mente. Quando invece pensiamo a cosa quell’evento suscita in noi, ci rendiamo conto che noi stessi sviluppiamo un pensiero, una considerazione personale o ancora peggio un giudizio nei confronti di un evento esterno a noi.


Come leggiamo, come interpretiamo quell’evento? Farebbe differenza se comprendessimo che l’evento esterno non determina l’emozione che proviamo, ma che essa deriva dall’interpretazione che noi diamo a quell’evento? La stessa interpretazione, con molta probabilità, verrà associata anche a eventi futuri simili. La storia si ripeterà nel tempo se non torniamo al punto di origine.

Da dove parte un investigatore quando indaga su qualcosa? Torna alle origini e scava molto a fondo. Bene, possiamo essere gli investigatori di noi stessi!

Pensiamo all’emozione della rabbia e a come comunichiamo quando emerge. Un campanello d’allarme ci avvisa che uno o più bisogni non sono soddisfatti e questo porterà a creare un’interazione poco costruttiva con noi stessi e con gli altri. È come quando si accende una spia rossa nella nostra automobile che ci segnala che qualcosa non sta funzionando. Noi possiamo decidere di ignorare la spia e usurare la macchina oppure possiamo scegliere di agire per risolvere il problema.

Pensiamo davvero che la rabbia ci possa aiutare a comunicare con empatia i nostri bisogni? Per arrivare a comprendere quale bisogno insoddisfatto si nasconde dietro quest’emozione è necessario scavare in profondità, andare alla radice della rabbia per capire cosa accade dentro di noi quando siamo arrabbiati.
In questo modo cambierebbe anche il nostro tipo di comunicazione.

Cosa facciamo quando non ci sentiamo compresi, quando veniamo trattati male, ingannati, ignorati, quando subiamo un’ingiustizia? Ci arrabbiamo allegramente. Immagina il momento in cui ti sei trovato in questa situazione. Come hai reagito?

Alcuni di noi scelgono di fingere che non sia accaduto nulla, altri danno libero sfogo alla rabbia mentre altri ancora la reprimono. Reprimere la rabbia ci fa implodere come un edificio demolito da cariche esplosive provenienti dall’esterno, che ci fanno collassare su noi stessi. In questo modo concentriamo le energie all’interno, in uno spazio ridotto. Immaginiamo la fatica del nostro corpo nel sopportare la pressione.  Pensiamo invece a quanto potrebbe essere più semplice portare tutto fuori.

La forza implosiva è a spirale, centripeta e caratterizza ogni fenomeno vitale che sia costruttivo ed evolutivo. È un processo naturale che l’essere umano conosce bene, ma è necessario comprendere come fare affinché quell’implosione non sia devastante.

Quella esplosiva, invece, è una forza complementare ma opposta, e prosegue in maniera centrifuga. È tipica dei fenomeni di disgregazione, distruzione e involuzione. Gli occhi iniziano a bruciare e sembrano infuocarsi, le guance diventano rosse, le labbra tremano, le sopracciglia si aggrottano, lo stomaco si chiude, la temperatura aumenta e i muscoli del corpo si irrigidiscono e vorrebbero rompere qualsiasi cosa. Questa potrebbe sembrare la descrizione della trasformazione di Bruce Banner, l’incredibile Hulk! In realtà è quello che accade a tutti gli esseri umani che sono travolti da una follia momentanea che come un uragano travolge tutto. In quel momento siamo più simili ad animali che ad esseri umani.

Come fare quindi per ritornare in equilibrio? Non è solo la rabbia a portarci a comunicare in maniera violenta, ma lo facciamo inconsciamente quando utilizziamo i filtri mentali. La comunicazione empatica ci viene in aiuto. Essa è anche definita comunicazione non violenta ed è uno dei nove pilastri della Scienza del Sé che si basa su quattro fasi:

  1. Osservare la situazione senza filtri, giudizi o valutazioni personali;
  2. Riconoscere i sentimenti e le emozioni che proviamo;
  3. Capire come quei sentimenti siano un segnale di bisogni soddisfatti o insoddisfatti;
  4. Richiedere un’azione concreta per onorare le esigenze di tutte le parti coinvolte nella comunicazione.

Nel momento in cui ci troviamo di fronte ad un evento esterno di qualsiasi abbiamo la responsabilità, in qualità di esseri umani, di porci delle domande, imparando a prenderci cura delle emozioni che proviamo e dei bisogni ad esse correlati. Mettiti dunque in gioco e prova a chiedere:

  • Mi spieghi meglio a cosa ti riferisci?
  • Come ti senti?
  • Ho capito bene che il tuo bisogno è quello di …?
  • In questo momento cosa vorresti?

Iniziamo a provare empatia per noi stessi e per l’altro esprimendoci con onestà, chiarezza e gentilezza. Questo non potrà che aiutarci a sviluppare l’empatia necessaria per comunicare senza conflitti, generando armonia e felicità. Perché la felicità è una questione interna, non esterna! È un allenamento giornaliero in cui si impara a guardare il mondo con una nitida montatura colorata di consapevolezza e lenti di amore.

Un pensiero di Thich Nhat Hanh: se nella nostra vita quotidiana possiamo sorridere, se possiamo essere in pace e felici, non solo noi, ma tutti ne trarranno giovamento. Se noi sappiamo davvero come vivere, quale miglior modo di iniziare la giornata che con un sorriso? Il nostro sorriso afferma la nostra consapevolezza e determinazione di vivere in pace e gioia. La fonte di un vero sorriso è una mente attenta.